Una vita che mi è alleata per tutta la vita:
ecco il miracolo del matrimonio. Una vita che
vuole il mio bene quanto il suo: e se non fosse per tutta la
vita sarebbe ancora una minaccia, quella mi-
naccia che sempre è latente nei piaceri che
ci procura una “relazione amorosa”. Ma
quanti uomini conoscono la differenza tra
un’ossessione che si subisce e un destino che
si sceglie?
D. de Rougemont, L’amore e l’Occidente
(1939), pp. 367-368
INTRODUZIONE
Una bella esperienza.
In questo modo mi fa piacere definire questo percorso formativo in Mediazione Familiare che volge al termine e che mi ha appassionato nel modo in cui volevo, promuovendo in me un nuovo impegno che mira alla realizzazione del personale viaggio verso la piena acquisizione di una consapevolezza riflessiva come capacità di dare senso dentro e nella relazione con il mondo, che ha arricchito e stimolato nuovi interessi.
Il percorso è riuscito a soddisfare la mia esigenza interiore di capire molti aspetti della relazione umana, permettendomi di riflettere sull’eternità delle parole di Socrate il quale sosteneva che il dialogo è il fine vero per il quale agire.
La comunicazione, dunque, come necessità esistenziale fondata sulla fiducia che si costituisce come condizione essenziale di ogni strategia. La fiducia, infatti, si sottrae ad ogni programmazione: è legata all’area del silenzio e dello stupore misterioso che si accompagna ad ogni incontro dialogico.
Le parole si logorano con una rapidità fulminea e inarrestabile; e le parole essenziali si smarriscono e non si ri-conoscono più: isolate e schiacciate dalle parole banali e divoranti della vita quotidiana. Fra queste parole dimenticate ed essenziali (parole che si ridestano, se sono ascoltate, infinite risonanze esistenziali) c’è, appunto, la fiducia: anello di comunicazione radicale e indispensabile per ogni incontro.
La comunicazione è il desiderio autentico di vicinanza al mondo e agli altri … la parola è acqua che scorre e alimenta la speranza di aprirsi a nuovi orizzonti capaci di comprendere l’altro e se stessi anche e, soprattutto, nel dolore.
Attendere e sperare si pongono all’aurora della vita e al crepuscolo della vita solo quando siamo capaci di alimentare la comunicazione.
La comunicazione, infatti, permette di percepire la presenza dell’altro, e il suo modo di viverla; è un legame che unisce l’io e l’altro; è un sentimento orientato che porta a un’intima relazione con il dolore dell’altro.
Se, e quando, la comunicazione viene a mancare non ci si identifica con il dolore dell’altro e si rischia di registrarlo solo, ma senza comprenderlo; senza identificazione non vi è, perciò, comprensione empatica ma solo obiettivazione che implica l’incapacità di comunicarlo.
La speranza che la parola, racchiudendo questo eterno ed inestimabile valore, può aprire i cuori induriti dal silenzio mi ha permesso di comprendere ancor di più di aver intrapreso un percorso di formazione e di crescita personale che, grazie a Dio, non si concluderà mai.
Nel presente lavoro verrà sottolineato l’enorme valore della comunicazione nella Mediazione Familiare dove assume la forza di un pilastro capace di reggere tutto ciò che da essa nascerà.
CAPITOLO I
1.1 La famiglia
Oggi il mare non è più calmo, ma in tempesta continua e l’agire di una persona è strettamente legato al proprio stile di vita, riflette la sua personalità e le sue modalità di reazione agli eventi, esprime la capacità di assicurarsi un ruolo attivo rispetto a se stessi e agli altri attraverso un’equa distribuzione delle proprie esigenze e dei propri limiti.
Nuovi disagi all’orizzonte minacciano la precarietà dell’uomo rendendo ancor più incerto il suo cammino verso la felicità …
La famiglia è una realtà indiscutibile: è il primo sistema di accadimento e cura, è il primo luogo di socializzazione, è il primo contesto nel quale ogni soggetto inizia la propria formazione/deformazione.
Ogni famiglia, dunque, rappresenta quella “microcultura” indispensabile ad ogni vita e per questo essa va aiutata a comprendersi, a rielaborare strategie e strumenti di analisi, a riprogettarsi con nuovi cammini, a rendersi consapevole dell’importanza del suo ruolo e della sua presenza.
La famiglia è un gruppo, che ci accompagna costantemente, a livello reale o come oggetto interno.
Kurt Lewin definisce il gruppo come una totalità dinamica con una struttura propria, fini peculiari e relazioni particolari.
Fornari sostiene che il gruppo è una realtà psichica, che nasce da un’esperienza di accomunamento (coinomia) spazio-temporale (storico) di individui tra di loro comunicanti, in vista degli scopi più diversi, realistici o immaginari, autocentranti o eterocentranti.
Il gruppo, dunque, è una realtà psichica implicante interazione fra mondo interno e mondo esterno la quale nasce attraverso un accomunamento. L’accomunamento tra uomini non può avvenire, naturalmente, se non c’è comunicazione e la comunicazione non può avvenire se non c’è informazione affettiva (messa in forma di affetti).
Il rapporto tra l’apparato psichico individuale e quello gruppale, ovvero tra spazio interno e spazio esterno può articolarsi secondo due tipi di relazione:
- polo isomorfico: quando si cerca di ridurre la tensione e la differenza fra il funzionamento del gruppo e certe formazioni dell’apparato psichico individuale. Non è quindi permessa l’individuazione perché lo spazio non è dischiuso ma maturo.
- polo omomorfico: quando i due sistemi, gruppale e individuale, che hanno strutture parzialmente comuni intrattengono relazioni che ammettono per ognuno di essi leggi differenti e funzionamenti specifici.
Se, quindi, i due apparati psichici (individuale e gruppale) non coincidono, vi è però, una sorta di continuità tra essi poiché l’apparato psichico gruppale rappresenta uno spazio intermedio, che funge da mediazione tra lo spazio interno e quello della realtà esterna e l’uno è, in un certo senso, presupposto dell’altro.
Quali sono, allora, i criteri di gruppalità?
Dal punto di vista psicologico:
- interazione: un rapporto tra due o più persone, il quale porti ciascuna ad “adattare” il proprio comportamento su quello delle altre. L’interazione segnala il gruppo ma non lo definisce;
- identificazione: i componenti del gruppo sono consapevoli l’uno dell’esistenza dell’altro nelle reciproche relazioni e si vedono l’un l’altro come parte di un tutto; l’identificazione si esprime attraverso sentimenti di mutua solidarietà e di amicizia, costruendo il “senso del noi” (we feeling);
- soddisfazione: in ogni insieme l’esistenza di tutti (nelle reciproche relazioni) è utilizzata per soddisfare qualche bisogno di ciascuno;
- dimensione percettivo – cognitiva:è la presenza di ciascuno dei componenti dell’insieme di una chiara consapevolezza di sé e degli altri componenti, nelle reciproche relazioni, come parte di un tutto, percezione che produce fra l’altro il senso di appartenenza e di differenziazione da ciò che non è gruppo;
- azione integrata: indica la pratica nell’ambito di un progetto attraverso il quale vengono a concretizzarsi gli scopi del gruppo.
La famiglia di oggi vive e riflette un momento di profonda crisi che genera un grave conflitto che, troppo spesso, sembra insormontabile quando annulla e abbandona il canale della comunicazione lasciando spazio al rancore, alla rabbia, alla solitudine e al silenzio della parola stessa.
La famiglia contemporanea presenta caratteri ambigui, essa è contemporaneamente un gruppo sociale, cioè i suoi componenti sono legati da un insieme di relazioni interpersonali, e un’istituzione sociale, regolata da codici normativi che hanno a che fare con la dimensione legale, politica, economica e religiosa vigente in un dato paese. Di conseguenza in essa si scontrano e si incontrano bisogni pubblici e privati. A lungo in Italia vi è stata una concezione della famiglia che tendeva a salvaguardare l’unità, a prescindere dal grado di conflittualità; questo ha portato ad un atteggiamento culturale negativo nei confronti del divorzio. Attualmente, però, stiamo vivendo un’epoca di transizione: gli scenari nei quali ci muoviamo sono in continuo movimento, di conseguenza la probabilità di “esperimenti sbagliati” va crescendo.
Su questo scenario la mediazione familiare si configura come un percorso integrabile con l’iter giudiziario … non è un “corpo estraneo” né un processo alternativo o in contrapposizione, ma uno spazio, un frammento di esperienza all’interno di un contesto come quello della separazione, che consente di dare un senso personale, alla luce della storia del rapporto di coppia, al confronto con i diritti e doveri, che si trasformano in aspettative, desideri, richieste, possibilità e rinunce.
L’obiettivo fondamentale della mediazione familiare, perciò, è il ripristino di un canale di comunicazione tra e nella coppia in grado di creare, nel presente e nel futuro, un’area sgombra dal conflitto coniugale, in cui sia possibile occuparsi insieme dei figli, nonostante la fine del rapporto coniugale. Mancando quest’obiettivo ogni decisione e accordo rischia di avere vita breve e stentata.
1.2 Amore e matrimonio
Ma che cos’è la vita a due?
Una combinazione di forze per sopperire alla propria debolezza, un’opportunità, un aiuto reciproco, un’ascesa sociale, un’autorizzazione a procreare, una via d’accesso all’adulterio, un’anticamera alla separazione?
Se così stanno le cose, scegliere un uomo o una donna per tutta la vita significa scommettere senza essere supportati da alcuna buona ragione, perché nelle cose d’amore la ragione non ha gran voce in capitolo.
Oggi, amare o non amare non è un’infrazione giuridica, non è un atto criminale, anche se da ciò dipende la vita di un’altra persona che può venir ferita più profondamente di quanto non possa menomare una malattia e uccidere la morte.
Assolutizzato e slegato, come mai prima d’ora, da ogni referente sociale, giuridico, religioso, l’amore oggi si annuncia come assoluta promessa di felicità o come guerra senza frontiere, combattuta con le armi acuminate dell’intimità. Perché così è quando a promuovere l’amore sono le esigenze di autorealizzazione fondate sulla cieca intensità del sentimento. Se la tendenza fondamentale del nostro tempo è l’essere padroni della propria felicità, misurata sull’intensità della passione, l’uomo del nostro tempo attende dall’amore qualche rivelazione su se stesso o sulla vita in generale.
All you need is love (Tutto ciò di cui hai bisogno è amore) recitava un motivo dei Beatles, e Freud, prima ancora, aveva descritto l’amore solo sotto il profilo della malattia … e allora ciò che si cerca nel matrimonio non è amore, ma salute.
L’amore-passione vuole l’amore e in un mondo come il nostro si fa strada la tendenza ad accostarsi al matrimonio solo nella prospettiva della possibilità della separazione e del divorzio, di cui tutti chiedono la facilitazione, quando il problema, forse, non è di rendere facile il divorzio, ma di rendere difficile il matrimonio, se per concluderlo si pensa possa bastare l’amore-passione. Ma sappiamo che le ragioni dell’etica non hanno mai avuto buon gioco di fronte agli spasmi della passione romantica. E questo soprattutto in una cultura del consumismo come la nostra, dove, non essendoci nulla di durevole, la libertà non è più scelta per l’autorealizzazione, ma scelta di mantenersi aperta la libertà di scegliere, dove è sottinteso che le identità possono essere indossate e scartate come la cultura del consumo ci ha insegnato a fare con gli abiti.
L’amore, dunque parla molto, è un discorso … ma quando il fuoco si estingue, e non mentre divampa, ci si accorge della diversità delle proprie passioni e i rapporti si logorano e il silenzio carico di odio, rabbia e rancore si impossessa del gioco.
Ogni storia d’amore, dunque, mette a nudo la natura della nostra anima, chi si affida al linguaggio per esprimere il malanimo, la gelosia, la consapevolezza di conoscere i reciproci segreti, i baci avvelenati dall’odio, la tenerezza simulata al punto da sembrare vera: tutti anelli di quella pesante catena che attorciglia la nostra anima nelle trame che solo il linguaggio sa tessere.
Quando l’anima di ciascuno vuole altra cosa che non è capace di dire la esprime, spesso e solo, con il silenzio avvolgendo e travolgendo tutto ciò che lo circonda dimenticando che solo la “parola” è il dono che la relazione fa a chi alla relazione si consegna.
- La comunicazione
Comunicare è rendere partecipe qualcuno, l’altro, di un contenuto mentale o spirituale, di uno stato d’animo in un rapporto spesso privilegiato e interattivo.
La comunicazione è l’unica capace di realizzare una relazione cognitiva, spirituale, emozionale … per istituire partecipazione e comprensione.
Sono le parole non dette e non ascoltate che bloccano il flusso della vita; esse costruiscono trame relazionali quando nascono dal proprio respiro e raggiungono il respiro dell’altro. Anche se in lingue differenti, gli umani si incontrano quando si donano parole piene del loro respiro e capaci di raggiungere le vibrazioni dell’altro. Il punto è accordarsi, trovare il ritmo giusto, perché le parole che vanno e vengono da me all’altro diventino melodia.
La centralità della parola nella condizione umana è un dato evidente ed elementare: l’uomo parla. Proprio perché nel parlare si definisce, l’uomo tesse la trama complessa della parola navigando nelle parole, quelle dette come anche quelle non dette.
Tra le tante funzioni svolte dalla parola, una in particolare ci interessa: la capacità che essa ha di curare e di guarire le ferite dell’anima.
La parola cura se è “nuova”, quando rinasce ad ogni incontro, se non diventa strumento di potere, atemporale e aspaziale, ma rimane luogo in cui gli uomini, nel qui – e – adesso, si incontrano e si riconoscono. Le parole curano se sono dette dove ci si incontra nella nudità della condizione umana. La parola della e nella comunicazione, dunque, è come la freccia che per raggiungere il bersaglio, deve intrecciare nella bellezza del movimento l’energia e la direzione. Senza energia la freccia cade prima di aver raggiunto la meta, senza direzione va altrove.
Nella parola l’energia è data dal corpo da cui proviene. Una parola nasce dal corpo e dal corpo è abitata se è stata pronunziata dall’anima, se cioè è emersa dalla totalità dell’esserci del parlante. La prima condizione perché una parola guarisca è che sia “mia”: non depositata in me da altri, non raccolta dal vento delle chiacchiere, non nutrita della propria eco. Ma non basta l’energia: la parola, come la freccia, ha bisogno della direzione. La direzione della parola è l’altro, il suo volto, la sua parola, la sua anima. Se l’altro non è già presente nel momento in cui la parola viene pronunciata, essa è destinata a ritornare su di sé.
Quando si parla senza rivolgersi a un “tu”, le parole si moltiplicano, non ci si sente mai sazi di parlare, si ha l’esperienza terribile di parlare a vuoto.
La parola cura se nasce da un grembo fecondato: se vibra, cioè, della mia esperienza, del mio corpo e dell’ascolto della parola-corpo dell’altro. Non curano le parole “belle”, bensì quelle piene di me e di te, della mia e della tua unicità.
La comunicazione, pertanto, nella mediazione familiare si pone proprio come bersaglio attuando energia e direzione perché l’Io prenda coscienza di se stesso davanti al dialogo.
La parola – base – Io – Tu produce il mondo della relazione. Le anime non raccontano di se stesse, ma di ciò che su di esse ha agito e non è nel silenzio che gli uomini si fanno, ma nella parola, nell’azione-riflessione.
La comunicazione nella mediazione familiare può, a seconda dei momenti e della personalità della coppia, essere narrativa, simbolica o dinamica.
La comunicazione narrativa secondo J. Bruner è la prima modalità di apprendimento del bambino. “Ho sostenuto con molta convinzione che una delle forme di discorso più diffusi e più potenti della comunicazione umana è la Narrazione. La struttura narrativa è anche insita nella prassi dell’interazione sociale: ciò che determina l’ordine di priorità in cui le forme grammaticali vengono assimilate dal bambino in tenera età è proprio la spinta a costruire una narrazione”.
La narrazione è anche un modo di usare il linguaggio; è l’invenzione di storie attraverso le quali costruiamo una versione di noi stessi nel mondo, una versione verosimile attraverso la quale ricostruiamo il significato delle nostre azioni e le leghiamo al senso della vita vissuta.
possano divenire modelli per la coppia.
Questa modalità comunicativa è estremamente utile per avviare processi di ascolto dove emergono una dimensione soggettiva e personale. Ascoltare il narrarsi nell’ambito di una mediazione familiare richiede discrezione ed è necessario sostenere in modo invisibile senza esprimere titubanze e senza restituire alcun segnale critico, ma comprensione e apertura al dialogo.
La comunicazione dinamica attiva uno scambio e una interazione nella coppia innescando ad esempio una lite. Dinanzi al flusso delle parole, il mediatore deve dimostrarsi non turbato e deve lasciar spegnere la lite evitando qualsiasi interferenza perché potrebbe produrre ulteriori accensioni.
La comunicazione simbolica si attua attraverso le possibili opzioni che i partner esplicitano giungendo a trovare la soluzione più appropriata, senza che il mediatore suggerisca l’opzione risolutrice. I simboli avvicinano quando il linguaggio non permette di comunicare e lavorare con i simboli significa mettere o togliere ancoraggi.
Naturalmente questi tre stili comunicativi possono presentarsi opportunamente miscelati per questo una buona comunicazione impegna a dedicare un certo tempo ad ogni modello nel corso di una sessione di comunicazione: si può incuriosire, poi narrare, poi operare sintesi e riprendere più volte il processo. Un buon comunicatore stabilisce in questo modo un buon rapporto con la coppia.
1.4 Gli assiomi della comunicazione
Per Watzlawich e coll., ogni comunicazione umana si basa su cinque principi, definiti “assiomi”, cioè verità evidenti di per sé, senza alcun bisogno di dimostrazione.
Essi sono:
- “Non si può non comunicare”, cioè anche il silenzio, che apparentemente sembra una modalità di assenza di comunicazione, è una forma di comunicazione, dotato di un significato più o meno profondo.
- “Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e uno di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta comunicazione”, cioè il contenuto (la comunicazione verbale-notizia) e la relazione (la comunicazione non verbale-comando) formano un’unità inscindibile. Quando la comunicazione è “sana”, entrambi i fattori coincidono, ma allorché si viene a verificare un contrasto tra i due aspetti, allora si può entrare, nei casi più gravi, nella “patologia”. Se per esempio un professore, al termine di una lezione, invita gli studenti a fare domande ma il suo tono di voce ed il suo atteggiamento sono piuttosto accigliati, difficilmente gli studenti aderiranno all’invito. Qui il contrasto tra le due modalità è palese e lo scambio interattivo non è armonico; in ogni caso l’aspetto di relazione comunica qualcosa sulla comunicazione ed è quindi una comunicazione di ordine più elevato, cioè meta comunicazione. La capacità di meta comunicare in modo adeguato e alla base di una corretta relazione interpersonale.
- “La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura della sequenza di comunicazione tra i comunicanti”, cioè gli scambi all’interno di sequenze comunicative costituiscono una catena in cui ogni anello (scambio) è nel contempo stimolo, risposta e rinforzo. Punteggiare una sequenza significa utilizzare un anello della catena come punto di partenza. In tal caso ogni partecipante allo scambio relazionale può assumere un diverso punto di partenza e leggere gli eventi da quella prospettiva, attribuendo magari la causa di un suo comportamento all’altro e viceversa a causa di una punteggiatura arbitraria.
A tal proposito è simpatica la riflessione di Watzlawich quando, analizzando gli esperimenti dei comportamentisti con i topini, fa dire ad uno di questi ultimi: “Sto ammaestrando il mio sperimentatore. Ogni volta che premo la leva mi dà da mangiare”. Ciò significa che il topo non era d’accordo con la “punteggiatura” degli eventi data dallo sperimentatore, poiché, secondo il suo punto di vista, era lui che fungeva da stimolo e non lo sperimentatore.
- “Gli esseri umani comunicano sia con il modulo numerico che con quello analogico”, cioè è naturale per l’essere umano comunicare sia attraverso il comportamento verbale (“numerico”) che attraverso quello non verbale (“analogico”), ossia con i gesti, la postura, la distanza, la mimica del volto, ecc.
- “Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari, a seconda che siano basati sull’uguaglianza o sulla differenza”, cioè una relazione è su un piano di uguaglianza (simmetria) quando i comportamenti dei partner si situano su un piano di parità, anche se in contrapposizione. Viceversa, quando uno di essi assume una posizione superiore, mentre gli altri una inferiore, allora il rapporto è sbilanciato verso il primo partner (complementarietà), senza però avere per forza valenze negative (per esempio il rapporto genitore/figlio, quello marito/moglie, ecc.). Attraverso l’analisi dei messaggi meta comunicativi, per lo più inconsapevoli, che le persone inviano durante una transizione (atteggiamenti, posture, gesti, tono della voce, sguardi ecc.) è possibile, secondo questa teoria, capire i problemi e la vita psichica di una persona.
Ma la comunicazione non è soltanto uno strumento di diagnosi, essa può essere alla base di rapporti scorrevoli tra le persone oppure diventare la causa di disturbi nervosi, di conflitti, di crisi familiari. Comunicando infatti le persone inviano messaggi, consapevoli e inconsapevoli, espliciti ed impliciti, che influenzano gli altri e nel caso in cui i messaggi siano contraddittori e “patologici” le persone possono anche rispondere con comportamenti che solo in apparenza sono irrazionali ma che acquistano un senso preciso se si tiene conto dell’intero contesto comunicativo in cui si verificano.
Di qui l’importanza di una comunicazione efficace perché se a volte le incomprensioni nascono da un disaccordo reale, altre volte sono il frutto di una incapacità a comunicare o di una scarsa abitudine alla comunicazione.
Noi lavoriamo continuamente all’inganno
di noi stessi. E ora credete voi, che tanto par-
late e decantate l’”obliar se stessi nell’amore,
lo “sciogliersi dell’io nell’altra persona”,
che ciò sarebbe qualcosa di sostanzialmente diverso?
Dunque si infrange lo specchio,
ci si immagina in un’altra persona che si ammira,
e si gode poi la nuova immagine del
proprio Io, anche se la si chiama col nome dell’altra persona.
F. Nietzsche, Umano troppo
umano, II, (1878-1880), § 37
CAPITOLO II
2.1 La Mediazione Familiare
La Mediazione Familiare è “l’opera di chi si interpone fra due parti per far loro conseguire un accordo, qualcuno quindi che non guidi gli attori ma che li accompagni nell’attivazione di risorse che aiutino a trovare una soluzione” (Garzanti 1993).
Tra le definizioni di Mediazione Familiare una delle più storiche è quella di Heynes che nel 1981 la descrive come “offerta di aiuto alla coppia allo scopo di riequilibrare il potere contrattuale tra le parti, dove lo scambio è alla pari”.
Tra le più recenti troviamo Marzotto e Tamanza che parlano di “uno strumento per favorire una nuova pattuizione all’interno della coppia parentale, un rito sociale in cui mantenere viva la dimensione etica del patto matrimoniale”.
La Mediazione Familiare è un intervento professionale di consulenza rivolto alle coppie che hanno già deciso di separarsi o per lo meno che hanno espresso questa volontà.
L’intervento sostiene gli obiettivi che la coppia come tale, porta e/o che invece pensa o sente, come singolo, quali conseguenze relative alla decisione della separazione stessa.
E’ per questo motivo che non tutte le situazioni che si presentano in consulenza sono “mediabili”. Situazioni più complesse sono quelle relative alle separazioni che presentano un conflitto giudiziale in corso.
La caratteristica della Mediazione Familiare, infatti, è quella di intervenire in un contesto che è al di fuori del sistema giudiziario e come tale l’intervento è richiesto da entrambe le parti, o comunque la coppia viene “inviata” alla pari dai loro legali o da altro conoscente. Di fatto non è un intervento imposto e c’è quindi la possibilità che, ad intervento avviato, lo specialista rifletta anche sull’opportunità di continuare l’intervento a fronte di alcune resistenze (la coppia viene dichiarata non mediabile).
Il mediatore familiare è un terzo imparziale rispetto alla coppia che ha l’obiettivo di sostenere la coppia durante la fase della separazione/divorzio. Lo spazio, pertanto, è neutrale, uno spazio alternativo a quello giudiziario, che vuole favorire la negoziazione di tutte quelle questioni relative alla separazione e/o al divorzio.
Il mediatore, quale attivatore di processi, guida la coppia ad affrontare sia gli aspetti emotivi che quelli più strettamente materiali (divisione dei beni, assegni di mantenimento, assegnazione della casa coniugale ecc.), incoraggiando la coppia a strutturare gli accordi che meglio rispondono alle esigenze di tutti i componenti familiari.
La Mediazione Familiare è un intervento la presenza solo della coppia e non si allarga alla consultazione dei figli e/o parenti. E’ la coppia stessa che, attraverso un “sano” rapporto con il consulente, apprende la metodologia per mediare a sua volta le varie questioni conseguenti l’evento della loro separazione, emotive e materiali, con i propri familiari di riferimento e/o con il contesto esterno (figli, suoceri, genitori, scuola ecc.).
La mediazione, perciò, ha il compito di facilitare la comunicazione e attraverso lo strumento dell’ascolto delle emozioni permette ai coniugi di riconoscere i propri bisogni e valori per giungere a un accordo stabile e duraturo anche nell’interesse dei figli.
Il percorso di mediazione si struttura, di norma, in 10-15 incontri ed è caratterizzato da quattro fasi:
- il consenso: i mediatori incontrano singolarmente i protagonisti del conflitto per acquisire il loro consenso all’avvio del percorso;
- la fattibilità: i configgenti si trovano l’uno accanto all’altra di fronte ai mediatori per sperimentare insieme se il percorso di mediazione è percorribile;
- la mediazione: i mediatori non segnano il percorso, non indicano traguardi, ma vigilano e tutelano i viandanti con responsabilità. Per fare questo non utilizzano strumenti sofisticati o pratiche specialistiche, ma si affidano alla loro capacità di ascoltare. Obiettivo dei mediatori è incontrare entrambi i protagonisti del conflitto, riconoscerli al di là dei loro ruoli, riscoprirli come persone che vivono un momento di sofferenza piuttosto che come avversari;
- l’esito: all’inizio di un percorso di mediazione è difficile stabilire quale sarà l’esito. La qualità dell’esito è data dalla capacità di creare nuove forme di comunicazione, di trovare accordi condivisi da entrambe le parti, un nuovo stato di pacificazione.
2.2 Dal conflitto distruttivo al conflitto costruttivo
Il fondamento su cui nascono e si sviluppano il concetto e la pratica della mediazione è la presenza del conflitto e la necessità di superarlo.
Nella logica della mediazione la consapevolezza del conflitto è fondamentale perché solo attraverso l’interiorizzazione del problema, è possibile raggiungere una soluzione e, spesso, nel tentativo di risolverlo emergono soluzioni nuove ai problemi del vivere più soddisfacenti.
A partire dalle teorizzazioni di Deutsch e dalla sua distinzione tra conflitto costruttivo – basato su modalità di relazione cooperative – e conflitto distruttivo – basato su relazioni competitive e tendente all’espansione – il termine “conflitto” diventa una parola chiave. A partire dagli anni Ottanta, infatti, si può parlare di un passaggio dalla logica del consenso a quella del conflitto, quest’ultimo visto come un elemento vitale di crescita del corpo sociale e familiare. In questa prospettiva il conflitto è considerato nelle sue potenzialità evolutive: la vita senza conflitto sarebbe statica . Quindi ciò che conta è se e come il conflitto viene gestito; infatti se gestito “attentamente”, non è necessariamente distruttivo. L’energia generata nel conflitto può essere utilizzata in modo costruttivo, cercando soluzioni in modo cooperativo invece che attraverso la contestazione.
Le società umane hanno sviluppato numerosi modi per gestire il conflitto, ma soprattutto nelle società contemporanee, dove la valorizzazione del singolo individuo e della sua libertà sono elementi imprescindibili, sembra ormai chiaro che le tecniche tradizionali di gestione dei conflitti non rispondono a questo bisogno di autonomia; infatti quest’ultime tendono a burocratizzarsi sempre di più, nel tentativo di seguire nel dettaglio le sempre nuove occasioni di lite.
Il processo sia civile che penale è nato come strumento per evitare che le persone si facciano giustizia da sé. E’ il meno imperfetto dei sistemi che gli individui hanno saputo ideare per dirimere i conflitti, infatti, benché protegga i diritti individuali, tende a creare una polarizzazione dei disputanti distruggendo così una possibile propensione alla collaborazione. Inoltre la gestione ritualizzata del processo è essa stessa fonte di conflitto. Le persone non si incontrano, ma si scontrano per avere ragione. Si tratta per lo più di giochi a somma zero: uno vince tutto e l’altro perde tutto.
La crisi del sistema giudiziario e l’inadeguatezza degli strumenti processuali a fornire risposte adeguate, allorché ci si trovi di fronte a situazioni in cui non si tratta di accertare un fatto ma di decidere, ad esempio su relazioni interpersonali, hanno fatto sì che negli ultimi anni si stia diffondendo con sempre maggiore insistenza, una cultura della valorizzazione dei mezzi di risoluzione alternativa delle controversie, non tanto ormai come via di fuga dai mezzi tradizionali, ma in quanto più rispondenti alle esigenze dei soggetti coinvolti nel conflitto.
La mediazione si sviluppa proprio in questo clima di crisi e sfiducia nel sistema giudiziario e nella sua capacità di regolazione delle controversie. Lo sviluppo della mediazione come modo di gestione delle liti, che permette una maggiore implicazione degli attori nella risoluzione dei propri contrasti, sembra confermare un’inevitabile evoluzione verso processi decentralizzati di regolazione dei conflitti.
La mediazione punta alla responsabilizzazione delle parti, di modo che queste abbiano chiara l’importanza degli interessi in comune che sarebbe sciocco sacrificare in nome della “vendetta”. E’ fondamentale sottolineare che la mediazione non è sempre appropriata o possibile e, quando lo è, può non produrre un accordo, essa ha dei limiti e i risultati sono variabili; ci sono situazioni in cui altri procedimenti, compreso quello giudiziario, sono necessari quanto o più della mediazione. Se, infatti, il ricorso alla mediazione/conciliazione inizialmente era motivato dalla necessità di avere in tempi brevi quelle risposte che il sistema non pareva in grado di dare, con il tempo si è imposta l’idea che in taluni ambiti e materie tali mezzi possano porsi non tanto quali strumenti antitetici al tradizionale sistema di risoluzione giudiziario delle controversie, ma come mezzi più idonei (ed in questo senso alternativi rispetto all’intervento giudiziario, al pari di come si sceglie lo strumento migliore per intervenire su un problema), in quanto capaci di svolgere un’azione di cura nel rapporto delle parti e di prevenzione di ulteriori conflitti.
La mediazione, infatti, reinveste le parti della gestione del conflitto permettendo loro di riappropriarsi della soluzione del problema in considerazione dei propri interessi e riattivando la comunicazione interpersonale diretta e non delegata a tecnici del settore: va da sé che gli esiti di un tale processo di responsabilizzazione sono quelli di un rafforzamento e riconoscimento reciproco delle parti che porta a far sì che in certi ambiti, come quello della gestione della crisi familiare, la mediazione non si ponga come metodo alternativo della risoluzione delle controversie, ma come metodo adeguato di risoluzione della controversia.
2.3 Le modalità del conflitto
Canavelli e Lucardi riconoscono quattro modalità disfunzionali di gestione del conflitto:
- Congelamento del conflitto: è il tipo di situazione che si riscontra più frequentemente nelle separazioni “ufficialmente consensuali”, che però nascondono alti livelli di rancore non espressi, ma agiti con modalità spesso ambigue o tramite la loro deviazione sui figli. Questi rischiano di diventare il “contenitore” privilegiato delle emozioni genitoriali, o di perdere il genitore che risponde alla rabbia con l’abbandono della relazione. In questo caso si parla di “figlio consolatore” o “coniugalizzato”. Inizialmente il figlio può aver un apparente buon adattamento, basato sull’acquisizione di un ruolo gratificante dato dalla “promozione di grado”. A lungo termine, però, tende a tradursi nel rimanere incastrato in una posizione non compatibile con lo sviluppo e la soddisfazione dei propri bisogni. Il permanere di questo ruolo nel tempo determina quindi uno stato di “congelamento”, cui il più delle volte è il genitore stesso a sottrarsi per primo, ad esempio iniziando una nuova relazione affettiva, lasciando così il figlio ancor più disorientato e doppiamente danneggiato.
- Esasperazione del conflitto: in questo caso si hanno manifestazioni di ostilità e aggressività direttamente espresse, che sfociano in vere e proprie “escalations” conflittuali. I figli rischiano di venire direttamente coinvolti negli episodi di violenza, sia fisica che psicologica, e diventano “armi improprie” che i due contendenti si scagliano reciprocamente. Si parla a questo punto di “figlio vittimizzato”: egli viene a trovarsi in uno stato di “allarme cronico”, caratterizzato dalla perdita di qualunque punto di riferimento sicuro nella figura adulta e dalla percezione dei genitori come minacciosi, spaventati e spaventanti. Ne deriva di frequente una sorta di “paralisi”, ossia il blocco della spinta ad esplorare il mondo esterno ed interno, avvertiti come insidiosi, ostili e carichi di pericoli.
- Spostamento del conflitto: qui la conflittualità, piuttosto che essere agita direttamente dai partner, viene delegata ad altri (famiglie allargate, operatori psico-sociali, rappresentanti del mondo giuridico), contribuendo a formare veri e propri schieramenti contrapposti. In questi casi i figli si trovano per lo più a confrontarsi con la richiesta di “allearsi” con uno dei due “eserciti”: l’immagine che ne emerge è, dunque, di “figli arruolati”. Nel rivestire questo ruolo essi tendono a sentirsi esposti alle ritorsioni e alla vendetta del “nemico” che, in quanto rigida semplificazione, rischia di impoverire e compromettere lo sviluppo di un più articolato e autentico senso di sé e dell’altro. Il senso di sicurezza e di sfida che i figli veicolano all’esterno è infatti qualcosa di soltanto apparente: alla base manca una solida rappresentazione del proprio rapporto con il mondo.
- Vittimizzazione: in questo caso il coniuge si comporta in modo persecutorio, spesso violento nei confronti dell’altro, il quale, assume sempre più il ruolo di “vittima”. Il figlio, chiamato a svolgere la funzione di “protettore”, riceve a sua volta pesanti attacchi; si parla pertanto di “figlio scudo”. Ciò concorre all’insorgere, nel corso del tempo, di forti sentimenti di colpa e di vergogna, e all’affermarsi della tendenza a “subire”: anche il figlio finisce, dunque, per identificarsi nel ruolo di vittima passiva che non riesce a condannare il proprio persecutore a causa dei vincoli affettivi.
La Mediazione Familiare può costituire un’importante occasione in cui comunicando, adulti e minori, possono mettere delle parole sulla sofferenza … dove poter nominare delle emozioni e dei sentimenti innominabili … dove venir informati sui progetti che coinvolgono il gruppo famiglia.
Sono smarrito di fronte all’altro che vedo e
tocco e del quale non so più che fare. E’ già
molto se ho conservato il ricordo vago di un
certo al di là di quello che vedo e tocco, un
al di là di cui so precisamente che è ciò di
cui voglio impadronirmi. E’ allora che mi faccio
desiderio.
J.-P. Sartre, L’essere e il nulla (1943), p.481
CAPITOLO III
3.1 Gli obiettivi della mediazione familiare
La Mediazione Familiare ponendosi come tipo di intervento volto alla riorganizzazione delle relazioni familiari e alla risoluzione o attenuazione dei conflitti in caso di separazione o divorzio, si propone come terzo imparziale per prevenire i pericolo insiti in situazioni in cui la presenza di interessi contrapposti rischia di offuscare i bisogni reciproci e, soprattutto, i bisogni dei figli.
La Mediazione Familiare non mira alla “pacificazione” a tutti i costi, né a reprimere l’espressione del conflitto nella sua dimensione costruttiva; obiettivo principale è di far recuperare alla coppia genitoriale, anche in una situazione critica, quale la separazione, risorse che aiutino a ricollocare il conflitto e a non esasperarlo, in modo da raggiungere in prima persona degli accordi e quindi essere artefici della riorganizzazione familiare che andrà a regolare la vita dei coniugi e dei loro figli.
L’obiettivo fondamentale della Mediazione Familiare è il ripristino di un canale di comunicazione tra i genitori in grado di creare, nel presente e nel futuro, un’area sgombra dal conflitto coniugale … mancando questo obiettivo ogni decisione e accordo rischia di avere vita breve e stentata.
Condivisa da molti mediatori è, poi, l’attribuzione alla Mediazione Familiare della finalità di accompagnare i genitori verso il riconoscimento del valore reciproco e della quota di responsabilità personale nella vicenda separativa.
La mediazione non ha finalità terapeutiche: l’obiettivo di un percorso terapeutico è la comprensioni delle motivazioni alla base dei nostri comportamenti e dolori; la mediazione, invece, avvalendosi delle risorse e delle capacità dei genitori, vuole attivare una ricerca di soluzioni.
La Mediazione Familiare è un contesto particolare che riconsegna ai due partner la posizione di soggetti non solo bisognosi, ma anche desideranti, rendendoli capaci di prendere decisioni condivise rispetto ai propri figli, riappropriandosi quindi di funzioni, quali la genitorialità, che non possono essere delegate all’avvocato o al giudice.
La Mediazione Familiare ha per obiettivo quello di consentire ai genitori di esercitare le proprie responsabilità parentali in un clima di cooperazione e di mutuo rispetto. Il mediatore deve consentire alla coppia di trovare per proprio conto le basi di un accordo durevole e accettabile.
Obiettivo della mediazione diventa, perciò, non solo la possibilità di affrontare lo specifico momento critico che due ex partner stanno attraversando, ma anche il potenziamento della loro capacità di confrontarsi con il carattere di normalità della crisi stessa, come variabile naturalmente connessa non solo alla genitorialità ma anche alle diverse fasi che segnano il passaggio delle tappe del ciclo di vita dell’intero sistema familiare, che dovranno essere affrontate nel tempo in concomitanza con il loro verificarsi.
Gli obiettivi della mediazione familiare possono essere così sintetizzati:
- offrire un contesto strutturato in cui il mediatore possa sostenere la comunicazione tra i partner ai fini della gestione del conflitto e a vantaggio della capacità di negoziare su tutti gli aspetti che riguardano la separazione;
- chiarire le aree del conflitto utilizzando le risorse disponibili per affrontarle;
- valutare le opzioni possibili presenti nella dinamica familiare per ricercare soluzioni condivise da tutti i membri della famiglia;
- aiutare a rimuovere le difficoltà legate a una comunicazione troppo esasperata e conflittuale;
- aiutare a trovare, con una giusta comunicazione, accordi concreti, costruttivi e personalizzati rispetto alle specificità di quella famiglia per tutti gli aspetti che riguardano la relazione affettiva ed educativa con i figli;
- valorizzare le componenti positive e adulte di ciascun genitore;
- creare uno spazio di incontro e di dialogo con il partner, che permetta ai genitori di riassumere la responsabilità genitoriale, evitando deleghe a terzi.
3.2 I presupposti della mediazione familiare
I presupposti strutturali della Mediazione Familiare sono:
- volontarietà;
- neutralità;
- specificità;
- segretezza.
Sia in Italia che all’estero, nei documenti associativi viene evidenziato come la mediazione familiare debba essere un processo di volontaria partecipazione familiare e di volontario raggiungimento, nonché di volontaria accettazione degli accordi emersi.
La raccomandazione del Consiglio d’Europa n. R (98) afferma che la mediazione non deve essere forzata, poiché questo rappresenterebbe una contraddizione in termini. La volontarietà dell’accesso alla mediazione familiare viene confermata dall’articolo 155-sexies, comma 2, della legge 54 del 2006 che comporta la volontarietà e il protagonismo delle parti nella mediazione familiare.
Nata per reagire all’inevitabile deresponsabilizzazione che consegue alla delega a professionisti per la risoluzione di conflitti e controversie nell’ambito della separazione coniugale, la mediazione familiare vuole essere e restare, nonostante l’eventualità di un invio coatto da parte del giudice, un processo di self-empowerment.
L’empowerment è uno dei principi fondamentali della mediazione che possiede però significati diversi: a un primo livello esso passa attraverso la condivisione della conoscenza, cioè i mediatori assistono i partecipanti nel raggiungimento di decisioni proprie e consapevoli: per fare questo è necessario raccogliere e condividere informazioni mettendo i partecipanti nella condizione di espandere la loro gamma di alternative; un altro aspetto dell’empowerment dovrebbe essere la protezione delle pressioni: i mediatori non dovrebbero in alcun modo permettere a un partecipante di esercitare pressioni sull’altro, né il mediatore dovrebbe consigliare o guidare i partecipanti verso il conseguimento di un particolare risultato.
La mediazione deve essere frutto del consenso delle parti, quindi di una loro richiesta e non espressione dell’ottemperanza ad un obbligo o ad una prescrizione. Per quanto un giudice possa suggerire o ordinare alle parti di recarsi ad un colloquio preliminare di mediazione, la volontarietà della partecipazione deve restare una condizione qualificante.
Nessuno spingerà le parti ad accettare una proposta o una possibile opzione emersa in mediazione, se esse non lo decideranno volontariamente; lo stesso mediatore ha il compito di facilitare le trattative e di allargare il ventaglio delle possibilità, ma non può imporre né forzare le parti al conseguimento di accordi.
Il rispetto della volontarietà dell’accesso (se uno dei coniugi è contrario la mediazione non si attiva) costituisce l’elemento cardine della definizione del contesto di mediazione familiare, evidenziandone la natura di “spazio di ascolto-confronto” e di “negoziato” liberamente scelto.
Nella Raccomandazione del Consiglio d’Europa si legge: “L’essenza della mediazione riposa sul suo carattere di volontarietà e sul fatto che le stesse parti tentano di pervenire ad un accordo, di modo che se le parti rifiutano o si sentono incapaci di procedere alla mediazione, il tentare di obbligarveli è controproducente”.
Spesso ci si riferisce al mediatore come a una terza parte neutrale. La neutralità è però suscettibile di diverse definizioni. In una prima accezione significa imparzialità, cioè il mediatore non deve essere di parte. Oltre a questo il mediatore non deve avere interessi personali rispetto all’esito del processo di mediazione, quindi non deve aver avuto o avere legami con l’uno o l’altro genitore o avere un qualche tipo di interesse nella vicenda separativa. Deve essere “equidistante” cioè deve concedere la stessa attenzione a tutti i partecipanti gestendo il processo in modo equilibrato ed imparziale. Molti mediatori pretendono di essere imparziali ma ammettono di non poter essere neutrali, qualunque terza parte non può evitare di influenzare non solo il modo in cui si negozia ma anche il contenuto della negoziazione.
Il filosofo Eligio Resta parla di “equivicinanza”: “comprendere nello stesso momento, nello stesso modo, con la stessa vicinanza richieste, esigenze, necessità diverse e spesso opposte e inconciliabili. L’equivicinanza è quella forma mentale verso cui il mediatore deve disporsi nel momento in cui entra nella stanza di mediazione. Solo se i genitori si sentono compresi nella irriducibilità delle loro posizioni, possono provare a pensare ai motivi e al senso della loro irriducibilità”.
Altro elemento è la segretezza professionale: in un momento conflittuale qual è la separazione, i coniugi hanno numerose preoccupazioni collegate alle implicazioni del contesto giudiziario, i genitori che si rivolgono al mediatore hanno spesso paura che quanto emerga nel corso della mediazione possa essere usato in sede di giudizio.
Questa sfiducia può ostacolare il confronto diretto.
Il mediatore deve, perciò, garantire il segreto professionale e svolgere il proprio intervento in totale autonomia rispetto all’ambito giudiziario, quindi egli non può stendere alcuna relazione in ordine ai risultati conseguiti o alle ragioni che hanno portato al fallimento della mediazione, né dare giudizi in merito alla personalità dei coniugi o suggerire ad essi percorsi alternativi, neanche nel caso in cui abbia rilevato situazioni in cui potrebbe essere consigliabile una terapia psichiatrica o psicoterapica.
Di conseguenza il giudice, non venendo a sapere niente del percorso mediativo svolto, può limitarsi a prendere atto che i genitori ad un dato momento non sono “mediabili” e di conseguenza procedere nello svolgimento del proprio compito istituzionale. Nel caso in cui l’intervento di mediazione abbia successo non solo le parti ne traggono beneficio, ma anche lo stesso procedimento giudiziale, nei casi in cui sia già stato avviato, troverà la sua conclusione in tempi più brevi.
Rispetto all’ambito giudiziario, pur operando su un piano collocato nel retro della vicenda giudiziaria, l’apporto del mediatore si traduce nell’innovativa capacità delle parti di proporre in via autonoma e concordata un assetto di vita separata che sia frutto di incondizionata adesione e, come tale, idoneo a fornire maggiori garanzie di attuazione. Oltre ai presupposti strutturali appena descritti, ve ne sono altri di natura procedurale, che caratterizzano il rapporto tra mediatore familiare come professionista e i genitori come utenti.
Genitori e mediatore, infatti, perché la mediazione funzioni, devono instaurare una specifica relazione, che non si basi sulla tecnicità – come accade quando si chiede una consulenza tecnica di parte – né sull’alleanza – come accade quando si chiede un aiuto personale -.
La relazione in mediazione deve, invece, basarsi sull’apprendimento: il mediatore deve accertarsi della disponibilità dei genitori a comprendere la loro situazione, poi durante il percorso il suo sarà un ruolo di affiancamento attraverso la riformulazione, facilitazione, sostegno e contenimento, gli unici aspetti “direttivi” saranno quelli relativi al rispetto delle regole contestuali, sia in relazione alla dimensione temporale che agli obiettivi prefissati.
3.3 La Mediazione Familiare in Italia
La Mediazione Familiare in Italia si è sviluppata con qualche anno di ritardo rispetto ad altri paesi Europei.
La Convenzione di Strasburgo del 1996, entrata in vigore in Italia nel 2003, promuove “la mediazione familiare ed ogni altro metodo di risoluzione dei conflitti e la loro utilizzazione per concludere un accordo”.
Nel 1998 il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha inviato agli Stati membri la Risoluzione del Consiglio d’Europa 616/98 in base alla quale “alla luce dei risultati dello studio sull’uso della mediazione in paesi diversi, la mediazione familiare ha delle potenzialità volte a migliorare la comunicazione tra le parti, ridurre il conflitto, creare rapporti amichevoli, dare continuità alle relazioni tra genitori e figli, ridurre i tempi di separazione e divorzio …” viene quindi raccomandato agli Stati membri di introdurla e promuoverla dettando anche principi e metodi da applicare alla mediazione, “in considerazione del superiore interesse del fanciullo e del suo benessere … specialmente tenendo presente i problemi che pongono la separazione e il divorzio”.
La risoluzione sottolinea, inoltre, che il mediatore non deve avere il potere di imporre una soluzione alle parti e che “le discussioni che hanno luogo nell’ambito della mediazione sono a carattere confidenziale e non possono essere utilizzate successivamente”.
Con la legge 54 del 2006, legge che va ad attuare il principio di biogenitorialità, si parla di mediazione familiare solo nell’art. 155 sexies del c.c., comma 2, in cui viene stabilito che “qualora se ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’art. 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli”.
Il giudice quindi può e non deve attuare questa procedura, si tratta di una proposta, non si procede d’ufficio … un intervento quasi residuale e peraltro non chiaramente articolato all’interno della procedura di separazione: il giudice dovrebbe infatti ricorrervi addirittura prima di pronunciare, in sede di comparizione dei coniugi, i provvedimenti temporanei ed urgenti di cui all’art. 155 c.c., rinviando quest’ultimi all’esito ed in attesa dello svolgimento di
un percorso di Mediazione Familiare.
Se da un lato la norma può essere intesa come una forte concessione di fiducia nelle potenzialità dei genitori, può al contempo risultare assai rischioso far permanere i coniugi/genitori in una situazione conflittuale priva di qualsiasi regolamentazione anche temporanea per tutto il percorso della mediazione, che per quanto breve non può essere istantaneo, andando così a rendere ancora più difficile il lavoro del mediatore.
Oggi più che mai appare necessario ed auspicabile un intervento normativo che meglio riconosca alla mediazione il suo ruolo fondamentale nella trattazione della crisi familiare, seppur con la fondamentale esigenza di perseverare quelle caratteristiche (volontarietà e libertà nell’accesso e nell’interruzione, impossibilità di utilizzo giudiziario dei risultati nella negoziazione ecc.) che la rendono strumento “adeguato” ad intervenire in tali situazioni.
CONCLUSIONI
La conclusione più importante a cui il presente lavoro spera di essere giunto è la comprensione che dare un senso alla propria vita è il desiderio principale di ogni essere umano, è la principale forza motivante per la sua stessa realizzazione, è la meta più ambita a cui, instancabilmente, tutti noi tendiamo.
Quando, però, la sensazione di aver fallito, la percezione interiore di inutilità e di inadeguatezza dei propri sforzi, assale l’animo e la mente, l’essere umano diventa facile “preda” di un disagio psicofisico che, riflettendosi nei cambiamenti vertiginosi della realtà che lo circonda, diventa sempre più difficile da gestire e, spesso, da comprendere.
E’ in questo momento che occorre necessariamente riaprire i canali della comunicazione … il punto è accordarsi, trovare il ritmo giusto, perché le parole che vanno e vengono da me all’altro diventino melodia.
In questo senso la comunicazione è una questione musicale perché ogni parola è ritmata dal mio tempo e interviene sul ritmo dell’altro. Sono i respiri trattenuti per troppo tempo e le parole non dette e non ascoltate che bloccano il flusso della vita.
Nella Mediazione Familiare gli uomini si incontrano e quando si donano parole piene del loro respiro divengono capaci di raggiungere le vibrazioni dell’altro … forse i dintorni nei quali cercare la felicità della parola sono un corpo ferito che riprende a respirare, una parola bloccata che ritorna a fluire, una melodia che riesce a vibrare in ogni corpo e in ogni incontro.
La Mediazione Familiare, dunque, si pone come “luogo” del dire; come la possibilità di recuperare lo smarrimento del dolore per trasformarlo in comunicazione perché la condizione dell’incontro è, appunto, la parola. Una parola che va e viene dalle solitudini dei due attraverso un gioco di apertura del proprio mondo e di accoglienza altrui. Si tratta di una danza che tra parole e silenzio permette a due anime di andare e venire dalla solitudine costitutiva all’incontro generativo.
La sfida , allora, è la cura della ricchezza della comunicazione attraverso un impegno costante e continuo … ed è su questa speranza che mi permetto di rendere personale questo ultimo spazio per ricordare, con profonda stima ed affetto, un amico che a tal proposito mi ha raccontato una storiella.
Una storiella che ognuno di noi potrebbe, o dovrebbe, essere capace di raccontare nel momento del bisogno:
… Due fratelli, venditori di calzature, lasciarono il loro paese per trasferirsi in Africa dove pensavano di poter realizzare quella “fortuna”, che ancora non avevano trovato.
Il primo dei due fratelli, giunto in Africa subì lo sconcerto di una situazione difficile da risolvere perché tutti gli “africani” vivevano a piedi e pensò che sarebbe stato inutile proporre la vendita delle sue scarpe e … ritornò indietro.
L’altro fratello, invece, quando vide che gli “africani” erano tutti scalzi, pensò che era proprio lì che avrebbe trovata la sua fortuna … e così fu!
Noi, allora, chi dei due fratelli decidiamo di essere?
E’ la risposta a siffatta domanda che permetterà ad ognuno il solo e vero cambiamento per imparare a prevenire, conoscere e gestire ogni disagio … per comprendere che solo la “cura” può determinare la relazione nella quale due o più “Io”, sacri e supremi, si incontrino in un “Noi” per affrontare domande significative della vita.
“Ritornare alla relazione”, diventa il compito del terzo millennio.
Non sarà facile, perché non si tratta di riprendere vecchie regole ma di riappropriarsi del cuore e del mistero della nostra esistenza, che è sempre e comunque coesistenza. Ci viene richiesto il coraggio e l’audacia di consegnarci ad una nuova danza, pur non conoscendone in anticipo il ritmo e i movimenti.
“Nella cultura della relazione l’altro è sempre l’oltre che mi rimanda a mondo inesplorati della mia umanità”, Gadamer pone a condizione di un genuino dialogo l’approdo a una “fusione di orizzonti”, cioè ad un orizzonte che non è né il “mio”, né il “tuo”.
L’orizzonte nuovo si genera solo quando i due orizzonti si sono confrontati nel rigore di uno scontro che nasce dal riconoscimento reciproco e perdendo la propria soggettività rinasce ad orizzonti inesplorati.